201907.02
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L’eredità: quanto tempo si ha per accettarla?

L’apertura di una successione per causa di morte consente ai chiamati all’eredità (cioè a coloro ai quali è devoluta l’eredità e che, a seguito dell’accettazione, diventano eredi) di esercitare un diritto di grande rilevanza: scegliere se accettare o meno l’eredità.

Si tratta di una decisione molto importante perché, una volta accettata, l’eredità non potrà più essere rifiutata. Per tale ragione, la legge concede un tempo considerevole: 10 anni a partire dal giorno di apertura della successione per stabilire come comportarsi: in particolare, se accettare.

I problemi di ordine pratico a fronte di un termine così lungo riguardano, in particolare, la concreta gestione dei beni rientranti nell’asse ereditario – come ad esempio una casa – nell’attesa che i chiamati all’eredità effettuino la loro scelta. Il bene infatti, se nel testamento non sia specificato diversamente, in presenza di più eredi è destinato a cadere in comproprietà; diventa cioè, a seguito dell’accettazione di tutti i chiamati, di proprietà di ciascun erede pro-indiviso (senza distinzioni tra gli uni e gli altri): ciascuno degli eredi, pertanto, avrà diritto non solo di goderne, ma anche di partecipare alle decisioni che riguardano l’immobile. Ne può derivare quindi la impossibilità di adottare decisioni importanti, fin quando ciascuno non abbia accettato l’eredità o, al contrario, comunicato formalmente di non voler accettare con le modalità previste dal nostro codice.

Per questa ragione, la legge consente che il termine dei 10 anni possa essere abbreviato, imponendo a coloro i quali siano ancora indecisi di fare la loro scelta nel termine (più breve) assegnato dal giudice.

Si tratta della cosiddetta actio interrogatoria [1], con la quale il nostro ordinamento riconosce all’interessato la possibilità di chiedere che il tribunale stabilisca un termine inferiore rispetto ai 10 anni previsti dalla legge entro il quale – che lo voglia o no – il chiamato all’eredità ancora indeciso si pronunci, rendendo nota una volta per tutte la sua decisione.

L’importanza di un tale rimedio sta nel fatto che egli, se persevera nella sua indecisione non effettuando alcuna scelta, perde il diritto di accettare l’eredità una volta che il termine assegnatogli dal giudice sia inutilmente spirato.


[1] Il procedimento per la fissazione di un termine che abbrevi i dieci anni previsti dalla legge è regolato dall’art. 749 del codice di procedura civile. L’interessato deve presentare un ricorso al tribunale del luogo in cui si è aperta la successione, allegando il certificato di morte del de cuius e potrà stare in giudizio personalmente, non essendo necessaria in tal caso l’assistenza di un avvocato. Il giudice fisserà con decreto l’udienza di comparizione dell’interessato e della persona alla quale il termine deve essere imposto. Il ricorso e il decreto dovranno essere poi notificati a cura del medesimo interessato. Il giudice provvede sulla richiesta di quest’ultimo con ordinanza, contro la quale è ammesso reclamo al tribunale in composizione collegiale